giovedì 17 maggio 2012

Spigolature sul capitalismo italiano secondo Romiti

Il “capitalismo”, definito da John Maynard Keynes  come "... la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per il gran bene di tutti", è  teorizzato, amato,  avversato  da moltissimi economisti ed è elemento di contrapposizione di molteplici, differenti ideologie politiche.
Tuttavia, nel bene e nel male (dipende dai punti di vista), il capitalismo è stato  il principale modello applicato nelle c.d. “democrazie occidentali” e nella Repubblica Italiana. 
Quindi, per chi come me  ha seguito con attenzione ed  interesse l’evoluzione economica, sociale e politica dell’Italia degli ultimi 50 anni, leggere la “Storia segreta del capitalismo Italiano”,  una lunga e strutturata intervista di Paolo Madron a Cesare Romiti (uno dei primi “manager-padroni”), è stato un vero piacere  ed ha significato una gradita (ma, a volte, anche amara) rievocazione di eventi, fatti e personaggi  del passato, remoto e prossimo. 
Confesso preliminarmente, per correttezza nei confronti di chi legge,  che non ho mai nutrito eccessiva simpatia per il quasi novantenne (è nato a Roma nel 1923) dirigente d’azienda: come uomo mi ha sempre trasmesso una immagine (sbagliata ? mah!) di forte arroganza. Ma è fuor di dubbio che, nel bene e nel male, Cesare Romiti è stato uno dei protagonisti della recente storia italiana.
Basti pensare alla sua strepitosa, quasi unica nel panorama italiano,  ascesa professionale.
Figlio di un impiegato postale, dopo la laurea in economia  conseguita  a 24 anni a Roma (nella storica sede di Piazza Fontanella Borghese, dove un ventennio dopo  ho studiato e mi sono laureato anche io), nel  1947 lavora per il Gruppo BPD, azienda di Colleferro dove  assumerà la carica di direttore generale. Nel 1968, sempre a Colleferro, ricopre la stessa carica nella Snia Viscosa dopo la fusione con la sua ex azienda. Nel 1970, su designazione IRI,  divenne direttore generale Alitalia. Entrato in Fiat nel 1974 ne è stato prima amministratore delegato e poi presidente. Ma non si è fermato qui: a 75 anni, nel 1998, ha assunto la presidenza di RCS, poi –dal 2005 al 2007- ha presieduto Impregilo e tuttora è presidente ed animatore della Fondazione Italia Cina, da Lui costituita nel 2004.

E’ tuttavia impossibile -almeno per me- sintetizzare organicamente un libro che racconta e ricorda molteplici eventi  italiani e cita ben  228  personaggi (più o meno illustri), per  208 dei quali vengono  proposte alcune righe biografiche in coda al volume.
Propongo  qui, quindi, solo alcune spigolature, “pillole”  -spero anche divertenti-   con giudizi (spesso dissacranti, delle vere e proprie “sassate”) e caratterizzazioni  tratte dalle 250 pagine del volume stampato  nell’aprile 2012 da Longanesi  (un successo: due edizioni nel mese di uscita), che io ho comprato in Libreria pagandolo il prezzo pieno -Euro 14,50- ma mi sono poi accorto che su Amazon (http://www.amazon.it/Storia-segreta-capitalismo-italiano-ebook/dp/B007RMQJEA ) si può acquistare a 9,99 Euro!
Ma andiamo al dunque.

Nella brillante ed acuta prefazione, Ferruccio de Bortoli afferma fra l’altro che:
·         Imprenditori e manager dell’ultima parte del secolo scorso hanno avuto grandi maestri, ma pochissimi allievi. Una generazione senza eredi. Solisti irripetibili convinti di succedere a se stessi, Hanno creato leggende, non scuole; miti, non eredità. Si sono persi in lotte personali anziché impegnarsi in grandi progetti di sviluppo.
·         Le famiglie imprenditoriali hanno lasciato il rischio per la rendita, speso molto nei palazzi delle loro vanità e poco nel creare nuovi prodotti e aprire nuovi mercati.
·         Il senso di appagamento ha annebbiato molte menti, distrutto patrimoni e filiere.
·         Fiat … quando nel 1988 soffiò l’Alfa Romeo alla Ford … non seppe valorizzarne il marchio. All’epoca Audi e BMW non avevano ancora conquistato le posizioni di mercato che oggi detengono. La svendita del “common rail”, brevetto italiano per  l’alimentazione diesel, fu un autentico peccato industriale.
·         L’Olivetti fece il primo personal computer, oggi non esiste più.
·         Cesare Romiti , … il vincitore della più aspra vertenza sindacale del dopoguerra, negli anni del terrorismo, ha mostrato un coraggio … che gli altri non ebbero. Se il nostro disgraziato Paese non avesse avuto, in quegli anni, uomini come lui –insieme ai Moro, i Berlinguer e i Lama- non si sarebbe salvato.
·         Enrico Cuccia non morì ricco … non fu un cultore cieco della creazione di valore e non condivideva le stock option.
·         L’Avvocato Agnelli  … incarnò  il mito dell’imprenditore cosmopolita e la sua famiglia prese il posto, nell’immaginario popolare, di quella reale italiana, …. non lasciò e non vendette in anni in cui altri l’avrebbero fatto , … aveva classe, anche nei difetti (non pochi), … fu troppo celebrato in vita ma il ritratto che se ne fa oggi … è quantomeno ingeneroso. Credo che non stimasse per nulla Berlusconi e il suo errore fu di sottovalutarlo e di trattarlo da “parvenu” (Persona di umili origini che si è arricchita rapidamente, ma conserva ancora mentalità e abitudini del ceto di provenienza).

Cesare Romiti, negli otto capitoli in cui è divisa l’intervista (Enrico Cuccia, genialità e modestia; Gianni Agnelli, un uomo di genio, cinico e spesso annoiato; Io e Carlo De Benedetti: due avversari necessari; La politica, tra prima e seconda repubblica; Quando i padroni litigano più dei politici; Non ci sono più le banche di una volta; L’epoca di mani pulite; Il Corriere della Sera, storie lontane …  storie vicine …; Il manager, tra avidità e divismo; Donne al potere, donne del potere; Il capitalismo e la politica dei Berlusconi)   si esprime fra l’altro su  queste persone, elencate da me in ordine alfabetico:
·         Gianni Agnelli aveva un grande fascino.  Era uno curioso e aveva una dote: leggeva immediatamente nella testa di chi aveva di fronte. Non aveva alcuna voglia di occuparsi di gestire l’azienda.  Aveva una grande fiducia nel modo di vedere e di fare di Cuccia. Voleva che lo informassi su tutto e su tutti. Aveva un grande ascendente sulle sorelle e un rapporto difficile col fratello Umberto. Edoardo aveva spesso discussioni col padre; l’Avvocato riteneva che non fosse adatto per lavorare in Fiat; quando Edoardo morì credo che suo padre (Gianni) abbia provato dolore insieme a un umano gesto di liberazione. Diceva: “Io non parlo di donne, io parlo con le donne”. Il suo principale nemico era la noia; era un cinico che si annoiava. Diceva: “Alle mogli bisogna dire poco o niente per salvaguardarle…”. Avrebbe voluto fare due mestieri: il diplomatico e il giornalista. L’esternazione della gratitudine non fa parte dello stile Agnelli.
·         Giulio Andreotti, un uomo molto cinico, abile nel muoversi e nel costruirsi una rete di conoscenze che, grazie anche alle formidabili aderenze in Vaticano, ne hanno cementato il blocco di potere; l’astuzia è la forma in cui si esprime la sua intelligenza. Cuccia mi raccontò di un incontro in cui Andreotti chiese se lo credeva corresponsabile dell’omicidio di Ambrosoli: dopo la risposta di Cuccia il colloquio terminò.
·         Enrico Berlinguer, era piccolino, pallido, smunto: il suo corpo si perdeva nel vestito; ha molti meriti, in primis quello di aver posto la questione morale, ma predicava bene e razzolava male visto che il PCI i soldi li prendeva dall’Unione Sovietica; un gigante rispetto a certi politici che gli sono succeduti.
·         Silvio Berlusconi. Sia Agnelli che Cuccia lo apprezzavano di più come imprenditore. Craxi lo considerava un bugiardo. Gioca sempre a sollecitare la pancia dei piccoli imprenditori. Deprecava il teatrino della politica, ma poi ne è stato un ottimo interprete. Ammalia con la sua tecnica seduttiva. La sua ambizione era di diventare il più grande editore italiano. Nel ’98 voleva che andassi a dirigere il suo gruppo. E’ l’esempio più eclatante di una sempre più accentuata personalizzazione della politica. Ha sempre privilegiato il consumo, anche per migliorare le condizioni di vita della gente, ma quando si supera un certo livello i consumi provocano la crisi e la povertà.
·         Giuseppe Ciarrapico, nella vertenza di Segrate, che oppose De Benedetti e Berlusconi per il controllo della Mondadori, fu mediatore nella forma,  ma nella sostanza la vicenda fu risolta dai politici, Giulio Andreotti in testa.
·         Bettino Craxi, era un prepotente, mi dava fastidio come ostentava la sua prepotenza; in privato sapeva anche essere simpatico; mi chiamò l’attendente di Agnelli; era un vero anticomunista. Rubava per il partito o anche per se stesso ? Se i soldi servivano al partito andavano al partito e se servivano a lui se li metteva in tasca, ma era comprensibile, identificava il partito con se stesso.
·         Enrico Cuccia, non comandava, ma parlava e convinceva; chi comanda è autoritario, chi convince è autorevole. Era machiavellico, il fine giustificava i mezzi.  Utilizzava i padroni in quanto necessari a ricostruire… Nutriva grande ammirazione per Gianni Agnelli, Enrico Mattei e Alberto Pirelli. Ha avuto molti nemici: Sindona, Schimberni, Gardini e Bazoli. Era abile nell’usare le persone senza guardare in faccia a nessuno. Con Andreotti non si sopportavano a vicenda. Non aveva fiducia nelle forze di polizia e poche nei magistrati;  considerava l’operazioni Mani Pulite dannosa per il Paese. A casa loro (dei Cuccia) si beveva il rosolio e la domenica andavano tutti a far colazione all’hotel Diana.
·         Di Massimo D’Alema mi fidavo poco e ancora oggi mi fido poco.
·         Carlo De Benedetti voleva “rivoltare la Fiat come un calzino”; secondo Carlo bisognava cacciare via quasi tutti i dirigenti, ciò gli creò una infinita serie di contrasti. Se ne andò perché aveva chiesto carta bianca senza però ottenerla. Io e Lui, per indole e visione del mondo, restiamo lontani mille miglia.
·         Diego Della Valle. Eravamo con un gruppo di imprenditori e gli dissi: “Come scarparo sei un imprenditore che desta ammirazione, ma come uomo fai solo schifo”.
·         Raul Gardini  era un vero e proprio imprenditore, uno che sapeva rischiare e all’occorrenza giocarsi tutto.  Personalità esuberante, estrosa, spesso spregiudicata. Sapeva tutto del sistema di dazione a politici e partiti. Il suo suicidio ? Il gesto di un uomo braccato, che si sentiva tradito da alcuni stretti collaboratori, che mai avrebbe accettato di farsi mettere in carcere dal pool di Milano.
·         Cesare Geronzi è stato un banchiere politico. Non ha mai gestito una banca operativamente. Faceva approvare dal CdA quello che lui aveva già deciso prima così da farla sembrare una decisione di tutti.
·         Raffaele Mattioli: il più grande banchiere italiano. Il miglior banchiere è colui che rischia il capitale sulla fiducia che l’imprenditore gli ispira, altro che Basilea 2 e tutti i ratios sul capitale. Oggi vedo ottimi funzionari di banca, ma pochi banchieri.
*.*.*
Ho tralasciato ovviamente moltissimi giudizi e ricordi di Romiti su istituzioni, fatti, personaggi e  storie più o meno segrete. Ho anche omesso di sintetizzare ciò  che Cesare Romiti dice di se, delle sue capacità, della sua vita professionale e privata (anche sulle sue tante donne) e quanto dallo stesso direttamente scritto nel capitolo di chiusura “una rivoluzione pacifica”.  
Ma mi illudo che ciò possa  rappresentare per Voi stimolo per passare alcune ore leggendo (gustandovi ?) l’originale.
*.*.*
Che dire in conclusione ? Emerge un quadro piacevole o desolante ? Mah!
Desidero solo chiudere adattando una frase di Carlo Levi: “Così questa donna (qui: l’Italia) si è fatta, …: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre.”

10 commenti:

  1. Grazie della ricchissima sintesi, anche se per me l'effetto è che - tutto sommato - mi sembra di averne saputo da te abbastanza. In effetti sono sempre stata combattuta fra la curiosità e l'insofferenza verso ambienti che in qualche modo ho dovuto frequentare. Ne deduco che prevale l'insofferenza... Mara

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Mara, grazie del commento!
      Sul mondo che hai per lavoro frequentato, in effetti anche Romiti non ne parla benissimo …
      Volevo anche dar conto ai cortesi lettori delle giuste puntualizzazioni sul prezzo del volume su Amazon che mi hai fatto su face book : “Il prezzo di 9,99 si riferisce all'ebook, quella cartacea costa 12,67 euro (e non potrebbe essere diversamente perché la legge Levi impedisce sconti superiori al 15%: prima di settembre scorso Amazon era una pacchia).”

      Elimina
  2. Romiti arrogante? Solo? Mi sembra una carezza!
    Enzo V.

    RispondiElimina
  3. Non ho letto il libro di Romiti e non ho intenzione di leggerlo perché, forse a torto, già lo ritengo di scarso interesse. Quello che mi interessa di più è la definizione di Keynes che penso, forse come tutti gli economisti della sua epoca, disdegnasse la conoscenza di Marx. Strano e sicuramente sbagliato, indipendentemente dalla validità o meno delle tesi sostenute da Marx, andava accuratamente studiato per combatterne le idee pur erronee visto il successo in Unione Sovietica, in molti Paesi compresa poi la Cina e gli innumerevoli partiti comunisti nei Paesi occidentali. Sono convinto che, a parte quello che si diceva, tutti lo abbiano studiato attentamente compresa la Chiesa, altrimenti mi domando in che mani siamo. Io personalmente ho potuto constatare che in Italia fu pubblicato solo il primo libro del Capitale dalla Utet, senza prefazione originale (che a mio giudizio era la più importante, e con una loro prefazione che diceva di non capire l'importanza del libro. Il buco fu coperto dagli Editori Riuniti, casa editrice del PCI.
    Paradossalmente cosa sia il capitalismo si comprende, a mio modesto avviso, solo dalla lettura principalmente del manifesto del partito comunista poi dalla critica per l'economia politica e quindi del Capitale e degli altri numerosi scritti. Io al di fuori di ciò onestamente ho trovato ben poco e credo di aver capito il perché. Ormai credo si possa dire tranquillamente visto che il mrxismo ha perso, almeno per 100 anni ed anche la Cina arranca verso una forma capitalistica. I capitalisti riuscirono a strappare il potere alle monarchie assolute e alle chiese (dal punto di vista marxista sovrastrutture). Certamente, come chiunque voglia il potere, usarono tutti i mezzi a loro disposizione (Machiavelli) e quindi non furono migliori dei monarchi e delle chiese che li sostenevano. Però avevano bisogno di un gran numero di persone come alleati e quindi bisognava dare loro qualche informazione per trascinarle a combattere con loro e saper cosa fare. Così si dice nacque verso il 1600 l'economia politica che serviva come base di coscienza per le classi interessate al cambiamento. La rivoluzione francese secondo la storia fu composta da due parti: la rivoluzione borghese e quella popolare. La rivoluzione borghese vinse ma quella popolare no e Napoleone fu costretto a restituire alla Chiesa il 10% delle terre francesi. A questo punto si capisce perché poi Marx si rivolse non al popolo, che ormai aveva dimostrato di essere perdente, ma alla classe operaia. La classe borghese rimase stretta tra la Chiesa e la classe operaia avendo sfrangiature al suo interno (borghesia reazionaria specialmente in Itala, responsabile poi del fascismo come risposta alla rivoluzione d'ottobre) e non ebbe quasi più interesse a che il popolo comprendesse il capitalismo perché evidentemente l'avrebbe usato per i propri interessi che moltissimi avrebbero individuato, forse a torto, in quelli marxisti. Invece il marxismo per realizzarsi aveva bisogno che la classe operaia, pur considerata subalterna, comprendesse il capitalismo. Ciò non è avvenuto, almeno abbastanza, e credo sia stato fra i motivi del suo fallimento almeno per ora, certo insieme a molti altri motivi. Credo che questa visuale possa spiegare correttamente anche i gravi problemi odierni che ritengo siano lo strascico dello scioglimento dell'Unione Sovietica e delle motivazioni più convincenti sia dello scioglimento indolore, per il possibili, sia per il riconoscimento con il Nobel.

    RispondiElimina
  4. Continuo: In tutto questo io no voglio essere né per gli imprenditori né per la classe operaia (già abbastanza chiaramente perdente) ma vorrei essere per me e quindi capire se ci può essere qualcuno che mi rappresenti (però me lo deve dire in modo convincente) oppure qualcuno che è meno peggio. Quindi capire è essenziale per non farmi usare come carne da macello. E non mi dicano che ho le idee confuse perché so leggere e scrivere, si devono spiegare bene e non fare come si fa sempre con gli alunni allorché si semplifica perché non possono capire quando non ha capito nemmeno l'insegnante nella migliore ipotesi. Comunque se così fosse è sbagliata la Costituzione che non prevede criteri di semplificazione ed allora me li devono proporre sempre chiaramente (per fare i politici devono essere necessariamente bravissimi).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scordavo di dire che, fino a prova contraria, preferisco rimanere nel sistema capitalistico (pur non espressione diretta dei miei interessi perché non ottengo profitti) che, per sue necessità, ha prodotto la democrazia e la libertà per tutti, compreso me, trovando difficoltà enormi a limitarle ai soli capitalisti, piuttosto che tornare ad un medioevo (moderno) gestito dalla Chiesa che non mi da alcuna ragionevole garanzia perché se gli dice qualcosa Dio la fa e basta. Non credo ci siano altre vie, ma torno a dire che lo devono dire con estrema chiarezza ciò che intendono fare. Io se rinuncio a qualche presupposto della democrazia la perdo definitivamente e non posso tornare indietro. Inutile che mi dicono vedrai, non sono così ingenuo.

      Elimina
    2. Caro Massimo, unisco in una sola risposta ( e in grave ritardo) un breve commento ai Tuoi tre interessantissimi interventi.
      Preliminarmente desidero chiarire che –ovviamente a mio parere- Cesare Romiti ( non solo Lui ma anche gran parte di Chi è stato oggetto Suoi racconti) nella vita professionale ha probabilmente operato - incidendo pesantemente sul sistema politico, industriale e finanziario (e quindi sulla vita di molti Italiani)- senza andare troppo per il sottile e approfondire –come ha fatto Tu- la teoria economica e le differenze fra Sistemi. "Lui", mi sembra, combatteva chiaramente “i comunisti” ed i sindacati e “usava” pro domo sua tutti gli altri !
      Tu, dai Tuoi approfondimenti, derivi un interessante giudizio, neanche tanto nascosto, su marxismo e capitalismo e mi sembra di comprendere, semplificando molto:
      a) che il marxismo non lo liquidi affatto perché dici che per la sua realizzazione la classe operaia doveva comprendere il capitalismo e che “Ciò non è avvenuto, almeno abbastanza, e credo sia stato fra i motivi del suo fallimento almeno per ora …!
      b) che preferisci ” rimanere nel sistema capitalistico” …che … “, ha prodotto la democrazia e la libertà per tutti…”
      Auspichi un “marxicapitalismo” alla cinese o cosa altro ?
      Comprendo infine che Ti attendi molto dai politici nostrani che ci dovranno governare affermando anche che … “per fare i politici devono essere necessariamente bravissimi” e che i politici “lo devono dire con estrema chiarezza ciò che intendono fare” …
      Io sono fiducioso e spero molto, ma all’orizzonte di personaggi come quelli che Tu immagini (idealizzi ?) non mi sembra di vederne molti.
      Potresti candidarti Tu ma saresti probabilmente uno solo contro tutti. Almeno per ora, perché la situazione –mi sembra- sta cambiando molto velocemente …
      E intanto delle scialbe controfigure di Cesare (Romiti) continuano a fare il bene ed il male di questo Paese !
      Sbaglio di molto ?

      Elimina
  5. D'accordo sull'inevitabilita' del capitalismo, per l'Italia ritengo che il problema sono stati gli "interpreti": inadeguati quasi tutti quelli del sistema pubblico e parapubblico (i "boiardi di stato"), miopi quelli privati. Oltre questo abbiamo subito l'arrogante predominio della finanza sull'economia reale e la carenza dei paletti minimi.
    Cesarone Romiti? Un gigante! Resistere 40/50 anni al vertice ci vogliono spessore culturale, capacita manageriali, grande coraggio.
    Romiti ha avuto anche altri pregi, fra cui quello di essere un grande "tombeur de femmes" tutelando nello stesso tempo la famiglia!
    Giulio P.

    RispondiElimina
  6. Il dott. Romiti, non l'ho mai stimato, solo temuto. Era solo innamorato della finanza, sbagliando quasi tutto. Industrialmente ha solo avviato il decadimento della Fiat.
    Ha lasciato il Gruppo torinese portando via 195 miliardi di lire, circa 100 milioni di Euro !
    La Sua prepotenza ed arroganza la dimostra anche in molti dei giudizi espressi.
    Homo Oeconomicus

    RispondiElimina
  7. Secondo me il disastro italiano deriva dalla incapacità del popolo ad esercitare la sovranità. In un terribile equivoco il popolo ha creduto di dover scegliere dei piccoli dittatori che in base alla loro intelligenza superiore avrebbero risolto tutti i problemi permettendo loro di vivere felici senza pensieri continuando a vivere da raccomandati, evasori fiscali e furboni vari. Anche il comunismo ha dovuto fare i conti con ciò. Purtroppo o fortunatamente i nodi vengono al pettine e la Cina, secondo me, sta cercando di far sviluppare il capitalismo in vista di una lontana rivoluzione socialista. Al di fuori di questo c'è il medioevo con l'inevitabile fine della democrazia. Lo stesso cambiamento politico in Russia può vedersi in questo senso. Naturalmente quando parlo di rivoluzione non intendo la vittoria dei buoni contro i cattivi.

    RispondiElimina